Gli Appunti di Perla RSS

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Aug
7th
Thu
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Matteo dixit

A questo punto ho perso il conto.
Dopo le idee chiarissime sulle strisce blu romane (gargamella vs puffi parte quarta), i deficit di gestione politica son diventati un po’ troppo numerosi per esser considerati casuali. Una volta alla base del potere c’era una visione politica (giusta o sbagliata, ma amen), ora invece c’è l’assalto alla diligenza. Si prende il potere, poi lo si amministra a casaccio, l’importante è acquisirlo.
Ma così è veramente inammissibile. Che poi, probabilmente, non c’è neppure il dolo, semplicemente nessuno dei capoccioni al comando ha mai donato il sangue, ergo non si è neppure mai posto il problema.
Il problema che ci si dovrebbe porre invece è chi controlla i controllori, visto che non siamo al mare ma fanno acqua un po’ qui e un po’ qua.

Ah, chiamate la polizia (anche se non basterà):

Oplà

Attualità

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Martino dixit

Lo Sporgente  15 luglio 2008 Si possono percorrere un’infinità di chilometri in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi né imparare nulla sulla gente appena sfiorata.Il senso del viaggio sta nel fermarsi e ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare.Tra Ascea e Pisciotta, sulla ex Strada Statale 447 che costeggia il mar Tirreno troviamo sospeso sulla marina a duecento metri sul mare lo… Sporgente, ristorante “appeso” sul costone in via lo Sporgente (sic!).Abbiamo pranzato sulla piccola terrazza con vista superlativa a ristoro degli occhi, col rischio di andare in overdose da panorami da 100/100.   In sala Beniamino ottimo anfitrione, in cucina la Signora Imma ottima e basta dalla fantasia culinaria illimitata.“Siamo qui da otto anni. Non è stato facile ma piano piano siamo riusciti a farci voler bene dalla gente. In cucina solo prodotti freschissimi e, a seconda delle stagioni, anche i prodotti dei boschi qui attorno trovano il loro giusto posto tra i piatti che proponiamo”.Ci si innamora subito qui delle persone, come del mare o dei boschi.E della cucina.Cominciamo con antipasto a base di salumi e sottoli cilentani, da mangiare con gli occhi prima che di bocca.Continuiamo con la “terrina di Imma” deliziosi gamberi gratinati in forno, cimetta di rosmarino nascosta e granella di mandorle degna al palato degli dei.Persino l’olfatto, rallegrato dall’aroma soffice della pianta officinale, diventa famelico e reclama l’attenzione dei passati ma mai sopiti tempi in cui esso godeva di una stima ormai dimenticata nei fast food (ma che brutte parole!), perso (ahimè) tra fritti e salse globalizzate. Il primo, ossignúr il primo piatto sono le linguine fresche ai frutti di mare (o il contrario) gioia degli occhi per i colori: l’arancio delle cozze e quello più intenso dei fasolari, il rosa pallido delle vongole, il verde vivo del prezzemolo fresco ed il rosso dei pomodorini, gioia del palato per il sapore ben amalgamato, equilibrato e sapido. Gustate in silenzio nel soffio del vento che porta gli odori del bosco di là della strada.Scarpetta finale con gimkana tra prezzemolo e pomodorini.Ottima la Falanghina del Sannio al bicchiere, un bianco da leccarsi i baffi, cosa assolutamente da farsi! (crescersi i baffi…)Anguria rossa come il più rosso dei libretti rossi di dzedonghiana memoria e “u cafè” forte come l’odio, nero come la notte, dolce come l’amore, sempre ottimo qui in Cilento.Una giornata memorabile, cominciata col nervoso di non riuscire a trovare un… attributo sessuale secondario maschile, nonostante cartine stradali e turistiche ottime ma mal supportate da decenti segnalazioni dei luoghi e direzioni da prendere e finita sulla sabbia dorata di Ascea Marina in pace con gli dei e con gli uomini (e pure le donne).Con la promessa di ritornare.  QUI
Jul
31st
Thu
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Marcello dixit

Lo stupore della notte. Per andare in bicicletta, bisogna essere in due: tu e la bicicletta. E fin qui ci siamo. Anche per schiacciarsi un dito, bisogna essere in due: tu e il martello. Certo, se si ama solo se stessi, basta una sola persona [ma ci si diverte solo a metà].

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Ancora due parole sul mare. Incontrare il mare significa anche concedersi la piacevole fatica del nuotare. Per un paio di anni mi sono tenuto a debita distanza dal mare, era un po’ come se avessimo litigato, non ci parlavamo. In realtà il problema ero io - meglio: ero io che mi sentivo inadeguato. Lo so che può sembrare una sciocchezza e in parte, forse, lo è. Sta di fatto che tra me e il mare l’appuntamento era solo rimandato. Nel frattempo ho fatto i compiti a casa: non è stato facile, ma alla fine, tolto il superfluo, è venuta fuori l’anima magra. E così, un anno fa, dopo tanto tempo, mi sono concesso di nuovo il costume, la spiaggia, l’abbronzatura che scotta la pelle. E una nuotata, che ricordo bene, liberatoria, faticosissima, da lasciarmi senza fiato, le braccia che facevano un po’ male - la fatica direi di chi non è esercitato, che nuota un po’ come gli viene, ma che in fin dei conti è salutare. C’è chi diceva che per imparare a nuotare bisogna buttarsi in acqua, ma è anche vero che sarebbe un peccato, una volta che si è in acqua, non saper nuotare. È una di quelle cose che, ce n’è tante, si impara facendola.
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Jul
25th
Fri
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Mauro dixit

“Nessun luogo è lontano”… racconta un altro romanzo di Richard Bach…
i luoghi del cuore , in definitiva, non sono necessariamente quelli più lontani… c’è chi li trova dietro l’angolo di casa, chi nella propria cameretta, nel proprio studio, nel campo in cima alla collina… sono i posti in cui uno ci lascia un pezzettino di se, del proprio cuore (o della propria pancia…).
Il Portogallo? si, un bel viaggio, mi sono divertito, sono stato bene… ma in definitiva in qualunque posto, con la compagnia giusta, sarebbe stata una bella vacanza… c’erano loro, i miei amici, e questo bastava.
Viaggio spesso per lavoro, ho girato mezzo mondo… non solo come turista è vero, la maggior parte per lavoro, toccata e fuga, senza nemmeno aver visitato un monumento… luoghi belli e meno belli, poveri, distrutti da una guerra appena finita, e luoghi pieni di palazzi da mille e una notte… ognuno di quei posti mi ha lasciato qualcosa, un piccolo ricordo, anche in negativo certo, ma qualcosa di loro c’è ancora…
Viaggiare è importante, è vero, apre la visuale, conosci persone di culture diverse, sapori sconosciuti, posti visti solo in cartolina o alla televisione…
Viaggiare con la mente, o con il cuore, è decisamente più importante. Con la fantasia si raggiungono altezze impossibili, si scalano montagne, si scende al centro della terra… una mente aperta è anche una mente piena di fantasia… una mente piena di fantasia ne fa un sacco di viaggi…


Si, è bello viaggiare con gli amici…
Si, è bello viaggiare…
E’ ancora più bello avere amici…

Ciao
Semedimela (Mauro)

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Jul
23rd
Wed
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Sciac dixit

sciac moon

La notte

Passerà questa notte infinita 

lungo i margini dell’aurora

camminando  con  passi felpati

 sulla ruggine dei miei ricordi.

Passerà questa notte agognata

 sfilacciando le ombre  in riflessi di luce

lusingando con carezze di sogni

un cammino di sguardi in salita

Passerà questa notte  sospesa

scivolando su onde   ruggenti

su reti impigliate ai confini del vento

  stravolte dal flusso incessante di vita

 Mi arrendo docilmente

alla musica delle tue parole

Poesia di Perla

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Jul
20th
Sun
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Max dixit

Una dei racconti più belli che io abbia mai letto!!!

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Lo vedo dimesso, vestito con abiti vecchi e consumati, e un cappotto sdrucito che termina sopra le ginocchia. Ma possiede un paio di occhiali da sole all’ultima moda, con lenti polarizzate, perché difendersi dalla luce è vitale, per lui. E da quando li indossa non posso fare a meno di riderne, guardandolo, così scalcagnato, ma con al posto degli occhi il nero riflesso di Mission impossible. Un ossimoro vivente.L’ho seguito per ogni strada che ha imboccato, e sono rimasto alle sue spalle, sempre, nelle vie che ha percorso con passo lento, misurato o insicuro, guardandolo incuriosito dalla sua predilezione al camminare di notte, la notte, nella notte.Lui preferisce scivolare rasente ai muri, le spalle cascanti e lo sguardo fisso a terra, non ha occhi per luci e colori, e quasi sempre tiene i pugni chiusi.Per molto tempo ho provato a parlargli, a volte mi ha ascoltato, ma adesso non mi presta più attenzione. Le mie parole gli scorrono addosso come acqua sul collo di un’anatra, senza bagnarlo.Gli ho chiesto spesso di aprire le sue mani, per mostrare al mondo le stelle che tiene strette nel pugno. Ce ne sono di piccole e di grandi, e di diversi, ma splendidi colori.In passato ha seguito il mio consiglio, mostrando i palmi delle mani alle persone che gli indicavo, nella speranza che riuscissero a vedere. Erano giorni che si potrebbero definire felici, pieni di speranza. Quando lui apriva le mani, si spalancavano immense le grida di meraviglia e tenerezza, e commozione. Tutte quelle stelle, così luminose anche di giorno, incastonate sul palmo della mano, una cosa mai vista.C’era chi dichiarava immediatamente il proprio amore per l’uomo che portava con sé quei fantastici puntini di luce; chi rimaneva affascinato non riuscendo a spiccicare una sola parola; chi si proteggeva gli occhi abbacinati da tanto splendore; chi distoglieva lo sguardo versando una lacrima. Capitava che una piccola folla si spintonasse per conquistare un punto di vista migliore. Lui restava muto, con i palmi delle mani proiettati verso l’esterno, incapace di credere a tanta attenzione. Io lo guardavo sorridendo, e gli ponevo una mano sulla spalla, incitandolo e incoraggiandolo a mostrare sempre di più. Lo esortavo a stendere per bene le mani, per mostrare anche le stelle più piccole, quelle nascoste sotto le rughe e le pieghe, e quelle disposte lungo il contorno delle dita. Lui si guardava intorno, con un incerto sorriso sulle labbra, ma io sentivo che il suo cuore si colmava di gioia. Iniziò a mostrare le sue mani sempre più spesso, ed i riflessi delle stelle rischiaravano volti e producevano gioia. Sembrava che per strada la luce raddoppiasse.Oggi mi rendo conto di aver commesso un errore, perché io guardavo lui e non le persone che aveva attorno. Qualcuno iniziò ad avvicinarsi con più coraggio, chiedendo di sfiorare con le dita le stelle più splendenti, chiedendo di poter guardare più da vicino.Lui alzava lo sguardo dubbioso verso di me, ed io con l’ingenuità che caratterizza la speranza, annuivo contento. E allora iniziarono a toccare. Alcuni con mano leggera, timorosi di offuscare la luce o di vedere qualche stella staccarsi e cadere a terra. Ma altri gli afferrarono le mani con maggior decisione, tirandole a forza verso di sé. Pretendevano di contare le stelle. Volevano sapere quante fossero, e come potessero brillare tanto. Lui non avrebbe voluto concedersi a questo. Ma io gli chiesi di avere fiducia, di lasciar fare. Pensavo che avrebbero capito che le stelle erano sue, e che volessero soltanto ammirarle.Ma ci fu chi gli chiese di staccarne alcune, per guardarle alla luce del sole. E lui, dopo avermi guardato a lungo, acconsentì. E qualcuno fuggì con le stelle più belle, in uno scatto repentino che ci colse entrambi di sorpresa. Un dolore nel cuore e una ferita nelle sue mani. Ma erano così tante, quelle stelle, non sembrava una cosa preoccupante. Altri parevano pacati, prendevano una stella e si allontanavano solo di poco come se veramente cercassero un angolo tranquillo dove poterla ammirare con calma. Ma bastava distogliere un attimo lo sguardo e sparivano, per non tornare.Qualcuno chiese una stella con voce gentile, promettendo che ne avrebbe fatto un anello, un orecchino, un gioiello che avrebbe sempre portato con sé. Con voce suadente affermavano che era solo un prestito, che le reciproche strade non si sarebbero mai separate, che lui avrebbe potuto ammirare ogni giorno la stella donata, e che avrebbe potuto averla indietro in qualsiasi momento.Però le stelle cedute passavano di mano, se ne perdevano le tracce; venivano vendute, barattate.Io guardavo con angoscia le sue mani farsi di giorno in giorno sempre più vuote e riempirsi di ferite; poi alzando gli occhi incontravo il suo sguardo di accusa.Lo vedevo sempre più restio a mostrare le mani, nelle quali ormai si potevano contare più cicatrici che stelle.E un giorno lo vidi acquistare gli occhiali da sole, poggiando sul banco di un negozio la stella più bella, la sua preferita. La stella che ancora nessuno aveva mai potuto sfiorare.Uscì nella luce piena del sole, ed io pensai che volesse proteggersi gli occhi da quel bagliore, ma in realtà lui indossa quegli stessi occhiali anche durante la notte, persino mentre cammina per strade malamente illuminate.E allora mi sono convinto che intende evitare di far vedere quanto i suoi occhi siano sinceri. Ha paura di incrociare altri sguardi, per scoprirvi dentro la bramosia verso le poche stelle che gli sono rimaste nelle mani.Da tempo indossa gli stessi abiti, lasciandoseli consumare addosso, io credo per nascondersi. Forse pensa che così conciato nessuno possa sospettare di lui, e delle sue stelle.La sua aspirazione maggiore è oggi, temo, quella di passare inosservato.Ora sta camminando, ed io lo seguo a pochi passi di distanza. Non oso avvicinarmi troppo ma non mi sento di abbandonarlo.Lui si protegge con i suoi occhiali da sole, e così, da sopra le sue spalle, io guardo il mondo per lui.Osservo ogni persona che incrocia il suo cammino, con la segreta speranza di incontrane una da mostrargli senza paura. Qualcuno che abbia negli occhi le stesse stelle che lui porta chiuse nel pugno.QUI

Jul
18th
Fri
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Lazy dixit


bLoomerang

The Mistral of Evermore


Cercavo le parole adatte a dare forma all’impalpabile struttura sottesa nel grido del silenzio di una foto un po’ sbiadita, ed ho trovato il muto grido sospeso nel maestrale.
Ti guardo dicendomi che l’unica giustizia per dare al tuo dolore degna sepoltura batte strade che non ho ancora calpestato e che forse perderò prima ancora di trovare.
Ridare a te ciò che ti è sempre appartenuto richiede una tensione che spezzerà i miei tendini, e svicolo sul nervo ottico che recita i suoi salmi svolazzando nella falsa nebbia della foto un po’ sbiadita, dove il sole fuori campo brucia i tuoi capelli a malapena trattenuti dalla forza scolpita nel tuo volto, che nasconde la bellezza come dono troppo fragile e prezioso - ma, come a leggere le lettere di Keats si apprende, magari, una rissa è spettacolo tanto sgradevole quanto belle sono in esso le energie che si scatenano, ed una nube passeggera o duratura, aggiungo, prima ancora di sfaldarsi ai raggi che ne segnano il destino, custodisce nel delirio frastagliato dell’effimero la gioia del vento che ti sfiora come mai i miei occhi toccheranno gli angoli che schiudono la tua sezione aurea.
Cercavo le parole - e forse un giorno è te che nel silenzio troverò.

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Monica dixit

il tramonto di un concetto, non vuol dire essenzialmente la sua morte, vuol dire
per me che si è giunti all’apice della sua trasformazione. Non sono brava e non
lo sono nemmeno mai stata.. a fingere distanze, è molto più facile per me
appropriarmi di spazi, invadere contesti, sfiorare il pensiero gettando lo
sguardo di un essere e poi..ancora per poco, un passo dopo l’altro cercarne le
essenze.
Imparare a convivere con una diversità di qualsiasi natura essa sia è un
qualcosa che premia l’animo è un qualcosa che ti fa capire quanto sia umana la
vita, nella sua profonda interezza, nella sua semplice e contorta verità..
Illudo me stessa quando immagino di passare inosservata, quando immagino di non
lasciare traccia. Ogni palpito che accogli in te ne trascina con se mille altri
e in quella polvere portata dal vento lasciamo un poco di noi, lasciamo quella
poesia del nostro pensare.
..ho paura di molte cose, comincio sempre più a rendermene conto. Eppure in
quella paura estrema c’è il coraggio di un esserci a quell’appello, di un
provarci, di un dire: a modo mio ci sono e non mi volto indietro, perchè sai
benissimo che non servirebbe..
..lo sai benissimo.

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Jul
9th
Wed
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Gino dixit

Ad un’amica calabrese, ed al pescatore di perle che saprà trovarla

Rotto l’assedio dei ricordi

soffocata la nostalgia del nulla

finalmente respiro

lentamente

io respiro.

 

 

 

Se una retta sola passa per due punti

quanti orizzonti passeranno ancora per i miei occhi?

 

 

Non lascerò la mia vita sospesa

nell’odore di muffa

di una grigia sala d’attesa.

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Jul
8th
Tue
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Franti dixit

sia il boss che patti smith stavano registrando più o meno nel medesimo periodo un proprio disco negli stessi studi, i celebri record plant di nyc, quelli inaugurati con “electric ladyland” di jimi hendrix, per capirsi (lo preciso perché col tempo diventeranno più famosi i record plant di los angeles).
ora, c’è da sottolineare che entrambi venivano da un brutto periodo: springsteen dalle beghe legali che dopo “born to run” l’avevano fatto fermare a lungo e patti dalla notoria caduta dove si ruppe il collo cadendo dal palco a tampa (non sono sicurissimo) in florida (sono sicurissimo perché a suo tempo pensai: “che cazzo vai a fare a suonare nella flo-ri-dah del cazzo!”) mentre ballava alla derviscia sulle note di “ain’t it strange”.
secondo me “darkness on the edge of town” (l’album che bs stava registrando che è anche quello, tra i suoi, che preferisco) è così cupo rispetto alla consueta produzione del boss proprio in seguito agli spiacevoli eventi che l’avevano costretto a restare fermo, mentre la smith tornava a nuova vita dopo un anno di “collarino” e esercizi riabilitativi e aveva voglia di più “leggerezza” (“easter”, l’album che stava incidendo è il suo più “easy” della prima produzione che va fino a “wave”, non foss’altro perché fu prodotto da quel volpone di jimmy iovine).
fatto sta…
springsteen aveva un mucchio di nuove canzoni tra cui scegliere, causa anche il fermo di cui sopra, e molte vennero perciò accantonate. da quelle session ci han pescato in tanti (la “fire” di robert gordon, per dirne una, e altre che mo su due piedi onestamente non ricordo) e lo stesso bruce ne utilizzò una manata o quasi per il successivo “the river” (tra cui “the ties that bind” che forse non a caso apre il disco), il quale infatti uscì come doppio vinile.
e arriviamo a “because the night”: come spesso succede durante le session negli studi (1), e in più suonavano in sale attigue, i due fecero amicizia e si scambiarono impressioni sui reciproci lavori e a patti piacque quella canzone, che springsteen aveva già inciso ma che aveva escluso perché poco o punto in linea con il mood del disco che stava incidendo. patti nel farla sua cambiò il testo spostando l’ottica, ovviamente, da un punto di vista femminile. facile che sia stato iovine a renderla meno ispida dell’originale, sta di fatto che “easter” fu l’album più facile ma anche (o proprio per questo) quello che fece scoppiare il fenomeno patti smith group e diede grande fama (e dinero) a lei. la doppia firma, manco a dirlo, fece sì che “because…” uscì come primo singolo di “easter” e se se ne accorse perfino uno come enrico “fuorisincrono” ghezzi, vuol dire che aveva il suo bel “tiro”, no?
springsteen non ha mai inciso il pezzo su un album ufficiale se si eccettua il box “live 1975-85”; nelle esecuzioni dal vivo, comunque, the boss ha mantenuto il suo testo originario.
di cover (cioè un pezzo originale rieseguito da qualcun altro, per chi non fosse addentro), proprio per la sua universalità (leggi: non dà fastidio a orecchie meno scartavetrate) ne esistono a mucchi; voglio dire, l’han rifatta perfino kim wilde (!) con la royal philarmonic orchestra e i 10.000 maniacs… la migliore, per me, resta quella di beki bondage del gruppo punk vice squad, la peggiore senz’altro quella di nina moric (sì, proprio l’ex di fabrizio corona, che quando la presentò per la prima - e unica? - volta “”dal vivo”” in non so quale cesso di discoteca, ebbe pure il coraggio di “”cantarla”” in playback!)
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Francesco dixit

Un processo di emancipazione dei sessi (non di uno solo!) credo che debba andare verso un duplice lavoro di individuazione delle identità e di esaltazione delle differenze di genere.L’individuazione della propria identità di genere significa acquisire consapevolezza delle proprie caratteristiche psicologiche legate al proprio sesso e alla propria sessualità. E qui confesso apertamente di trovarmi in grave difficoltà! So di essere maschio ma non so in che cosa lo sono. L’attrazione verso l’altro sesso è troppo poco e generica per individuare l’identità del proprio genere. La mascolinità e femminilità in realtà si rivelano continuamente nella quotidianità e non soltanto nell’alcova, lo noto nelle animate e divertite discussioni con le mie colleghe su fatti riguardanti i rapporti umani. Il tema di ieri era: quali tecniche usa un uomo per “lasciare” una donna, e quali usa la donna per dare “il ben servito” a un uomo; i diversi modi, ad di là della maggiore o minore educazione individuale, derivano da una diversità psicologica che probabilmente risiede nella struttura originaria di ognuno. Capire le caratteristiche di questa “struttura originaria” non è lavoro da fare nel lettino dell’analista ma pratica quotidiana di auto-consapevolezza che porta a quella che con termine antico si chiama saggezza.La consapevolezza della identità porta automaticamente a quell’esaltazione delle differenze di cui parlavo all’inizio che tuttavia non deve generare contrapposizione fra sessi ma attrazione, amore, rispetto reciproco.Concludo citando quell’immagine di Platone secondo cui in origine l’uomo e la donna erano un unico essere ermafrodito, poi tagliato in due per intervento divino. Al di là del mito credo che ognuno di noi, nel rapporto con l’altro sesso, debba sempre agire aspirando ad una complementarità dei sessi che per quanto ideale (platonica!) è fonte di grande benessere interiore.QUI
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Mara dixit

Certo che se dovessi scrivere una relazione forse starei un po’ lì a pensare al significato della parola e ne troverei parecchi.
E mentre scrivo parecchi, penserei ad apparecchi ed a un piatto vuoto che quando è vuoto lo sparecchi.
Perdo subito il nesso e dalla relazione degli apparecchi passo, dopo passo, arrivo agli apparecchi volanti che pur non sono i piatti lanciati sulla tavola ma solo aerei in volo.
Ma quale volo posso io pensare se anche gli uccelli a quest’ora vanno a dormire e la testolina mettono sotto l’ala e la zampina ritraggono nelle piumine del pancino?
Ma quale zampina, alla zampa pensavo, quella del tavolo apparecchiato che parecchie parole mi faceva pensare ma che dalla relazione doveva partire.
Partire, come morire, chi lo diceva? Lo so bene ma non mi va di ricordare le balere.
E perché non nascere, allora? Quando si parte si lascia e si ricomincia e quindi si rivive una storia oppure solo un momento, non importa.

E poi mi fermo a pensare
a quello che mi accingo a fare
e indietro ritorno e non mi giro,
e come un gambero cammino
perché il passato sia coperto,
- sempre-
dalla polvere del tempo
e il futuro avanti,
infine avanzi.


Ma quali avanzi? Forse quelli del tavolo che ha la zampa dell’uccello e che apparecchio mentre volo e che mi lascia un piatto vuoto? Certo che è vuoto ma come faccio io a capire se quello è un vuoto lucidato dal brillantante o dalla mollica che, ingorda, lo ha ben raschiato, per rendere onore all’intingolo sugato che tante ore aveva bollito?
Bollito e ribollito come una zuppa antica che onorava il pane raffermo e tutto quello che rimaneva, al momento dello sparecchio, perché nulla si buttava e tutto si riciclava.

E la carne avanzata
in polpette si trasformava
e la crosta di pane ammollata
sano impasto creava
.

E le bocche sfamava dei bambini festosi delle mense affollate della povera gente.
E solo poche bucce nella mondezza, di frutta contadina che di buono sapeva e la pesca dalla fragola il sapore distingueva.
E non mi veniva la rima ai tempi in cui gli apparecchi e sparecchi segnavano il tempo dei giorni, e le notti. Ed il filo restava, di una vecchia sottana, a congiungere i tempi, e imbastiva ballate dalla storia cantate e dal sogno inventate.
Ma quale relazione posso io trovare tra le ballate suonate e la relazione iniziale che lo stipendio richiedeva di approntare?
Relazione non c’è, almeno così appare, ed il gioco iniziato qui potrebbe finire.
Ed invece va avanti, col consenso degli altri, a dirimere inganni.
E io fermo la rima, che da sola è cretina, se orfanella rimane, della scuola latina. Latina? Vicino a San Felice?

Sarà stato quel pesce
nell’acquario affogato
che per niente turbato
il mio polso ha azzannato.


Maledetta la rima! Qui mi appare scemina, eppure..

Relazione se voglio io posso fare
e di quel pesce mi posso innamorare

perché ha capito che di me si può fidare
e mai in alcun modo io gli farò del male.


E so bene che i puntini son disordinati e le virgole molto mal piazzate.
Ma di quello volevo parlare, mi crediate o non mi crediate.
Solo un punto, lo so, a tal punto rimane.

Sono le rette che lo sanno creare
e in un punto lontano

la prospettiva fanno vedere.

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Jul
7th
Mon
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Lazy dixit

Ri(n)tocchi


Il nastro va a ritroso.
Decompongo la scultura catatonica sentendo nelle fibre l’assoluta perfezione dei tuoi gesti. La lucida sentenza con cui inchiodi ad ogni cartolina un po’ gualcita granelli di polvere contati. Uno ad uno. Si staccano in un turbine leggero, ed è pesante, lento, inesorabile lo scheletro che accoglie le parole che distilli nella notte.
Il totem destinato a triturare i sogni, rendendoli poltiglia e poi matassa incandescente nella gola, per toglierti il respiro, travalica il concetto di bruttezza - ma non è la sua necessità autoreferenziale che me lo rende insopportabile.
Il nastro avanza piano.
Dove ho intravisto l’ombra svelata dalla danza dei rottami, adesso vedo il gesto chirurgico che impone alla materia la lama del tuo sguardo.
E non riesco a proferire verbo alcuno - per metterti di fronte alla bellezza che racchiudi.

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Lemurakkia dixit

Io (con voce bambinesca irritante e asmatica) Amore, amore, lo sai chi è Peppe Zospe?

Lui (con sguardo perplesso) No… chi sarebbe?

Io (sempre con voce bambinesca, con una nota di palese delusione) Il virus dopo la vacirella…

Lui (con un luccichio sospetto negli occhi e un sorriso accennato) Ah, la  varicella, sì…

Io (sempre con voce bambinesca, stavolta entusiasta perché il riferimento è  stato colto correttamente) Sì, sì, la vacirella! Tu come lo chiami Peppe Zospe?

Lui (ci pensa su e il sorriso si allarga) … Pepp’ lu pruriginùs’!

 

 

******

 

Per chi fosse poco pratico di dialetto lucano,

la traduzione corretta è “Peppe (o Giuseppe) il pruriginoso”

Per chi fosse poco pratico di medicina, invece, “Peppe Zospe”

è da intendersi come Herpes Zoster, noto virus che

ti coglie a tradimento, magari vent’anni dopo la varicella

(causata dal virus Varicella Zoster), quando uno spera di

essersela dimenticata,e invece il bastardo è rimasto lì nei gangli,

pronto ad un nuovo assalto con l’appellativo, appunto, di

Herpes Zoster (o  che dir si voglia Peppe Zospe),

 causa del fastidiosissimo Fuoco di Sant’Antonio.

Sì, lo so, siamo due scemi. E sì, siamo iscritti entrambi alla facoltà di  Medicina. Ma non preoccupatevi: quante probabilità ci sono che, non sia mai ne  abbiate bisogno, finiate esattamente tra le nostre mani?

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