Gli Appunti di Perla RSS

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Oct
19th
Sun
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Nikka dixit

Il Mago Silvan

Voglio ballarti dentro. Nell’inframmezzo di due note librarmi libera in quel minuscolo spazio musicale. Quello che sfugge. Lì solo, ad occhi chiusi, ritrovo il ritmo e danzo.

Voglio passeggiarti nell’anima. Ovunque senza un percorso preordinato. Alla mia maniera, scalza, su qualsivoglia terreno e perdermi. Il corpo ha bisogno di inventare ad ogni successivo movimento.

PASSI


Voglio vibrarti sulla pelle. In un’armonia di gesti caldi ma immorali, languidi ma ingenui. E non sembrare non provare non pensarci e non sedurti. Poiché la sensualità pura è innata, mai stona, tra le corde del piacere vero e sui tasti del profondo godimento.

Voglio viverti. Non come potrei viverti o come potrei dirti, né come immagino vorresti. Né più né meno, come ti vivo. E’ così che non mi stanco e se a volte mi allontano fuori, è solo la paura, di quanto mi avvicino dentro.

Ma, come vedi, non essendomene andata, resto.

QUI

Sep
27th
Sat
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Kathe dixit

Nel suo commento al mio post precedente, Perlasmarrita ha scritto: “Una curiosità: ma cosa si prova a stare tanti anni nella stessa scuola e a veder ogni anno cambiare “panorama” anche se di poco? Mi riferisco a alunni che vanno via e che arrivano, a colleghi che cambiano…
L’essere sempre uguali e sempre diversi. Mi interesserebbe moltissimo leggere le tue impressioni :))”. Credo che la risposta meriti un post, visto che non credo mi sarà possibile tradurre in poche righe quella che è quasi tutta la mia vita, non solo quella lavorativa!  Io ho frequentato la Scuola Media della mia città nella sezione B, un corso che, ai tempi, era considerato “d’elite”, tutto femminile, con professori che si comportavano come alle superiori ( esigentissimi!), dove non si sentiva mai una mosca volare e gli insegnanti non dovevano mai alzare la voce per richiamare qualcuno, tantomeno apporre note disciplinari per ottenere un comportamento corretto. Una classe modello, insomma. Pochi anni dopo, a diciotto anni, eccomi nuovamente nella stessa scuola, “dall’altra parte della barricata”, per la mia prima supplenza, per ritornarvi poi definitivamente a ventitré, prima come precaria e, pochi anni dopo,  come docente di ruolo. In pratica, a parte il periodo delle superiori e del Conservatorio, si può dire che non abbia mai lasciato questa scuola.All’inizio vi avevo trovato il mio vecchio preside e anche alcuni dei miei ex insegnanti. Devo dire che mi avevano accolta molto bene e con una, la collega di Francese,  ero diventata anche molto amica. Mi avevano spiegato altresì di essere fortunata perché, quando avevano cominciato ad insegnare loro, i colleghi anziani non usavano dare confidenza ai giovani e una stretta gerarchia  li aveva fatti sentire a disagio ed “inferiori” per molti anni. Insomma, pare che ai loro tempi gli insegnanti “matricole” non avessero alcuna voce in capitolo ne’ sulla valutazione degli alunni, ne’ sulla scelta dei libri di testo, ne’ sulla programmazione e non potessero nemmeno rivolgere la parola ai colleghi anziani, a meno che non fossero direttamente interpellati.Al tempo io avevo portato anche una specie di rivoluzione, perché ero stata la prima ad insegnare a suonare il flauto ai ragazzi e ad accompagnarli al pianoforte. Fino a quel momento l’ora di musica era quella in cui si ascoltava un disco di musica classica o si studiava la trama di un’opera. All’inizio persino i bidelli erano esterrefatti, anche perché i ragazzini, presi dalla foga, suonavano in ogni momento, dal cambio d’ora all’intervallo e, soprattutto i primi tempi, producevano più fischi che note.“ Non potrebbero lasciare a casa quegli ordigni infernali? Ci distruggono le orecchie!” Si lamentavano. Ed io ogni volta dovevo spiegare che i nuovi Programmi Ministeriali prevedevano proprio che si suonasse, e non si poteva lasciare a casa lo strumento, se era necessario esercitarsi anche a scuola! Nel tempo ho visto alternarsi ben otto dirigenti, andare in pensione quasi tutti i colleghi ( ne rimane solo una, rispetto ai miei esordi) e, purtroppo, ho accompagnato al cimitero non solo dei colleghi, ma anche degli alunni, non perché io sia così vecchia, ma piuttosto perché molti di questi sono scomparsi veramente in modo tragico e prematuro.In particolare la mia collega di musica, che aveva studiato con me al Conservatorio e con la quale avevo condiviso tante ansie pre-esami, momenti di studio, spettacoli scolastici ci aveva lasciati improvvisamente, colpita da un ictus, mentre suo figlio era ancora in terza media, proprio in una delle mie classi. Gli alunni che vanno via? In realtà non sono mai realmente andati via. Tanti sono tornati a trovarmi (soprattutto i più discoli, per dirmi: “ Si ricorda di come la facevo arrabbiare? Eppure a me la sua materia piaceva molto, ma era più forte di me, non riuscivo a stare calmo. Adesso mi rendo conto di quanto sbagliassi!”)La maggior parte li incontro lungo la strada, ogni volta che esco di casa, e sempre mi fermo a parlare con loro, per sapere cosa stiano facendo, quanto siano diventati grandi.Qualcuno è venuto a trovarmi anche a casa. Una volta è venuto Enrico, che aveva finito le superiori e aveva bisogno di un consiglio su quale direzione dare alla sua vita. Un’altra volta è arrivato Marco, per portarmi in regalo l’ultimo disco inciso con il suo gruppo. C’è stato poi Francesco, che mi ha consegnato l’annuncio delle sue nozze con Carla, un’altra mia ex allieva. ( e ora hanno pure una bimba!)C’è chi mi scrive mail, come Cristina, che è lanciata nella carriera musicale, e Marco, che è in seminario per diventare sacerdote.Alunni che vanno, alunni che vengono… C’è stato un periodo in cui tutti i miei colleghi erano anziani. Una volta è arrivato un supplente che si è guardato intorno e mi ha chiesto: “Come mai non sei vecchia? Qui mi sembra di stare in un museo. Ovunque cada il mio sguardo, non vedo altro che mummie!”Poi se ne sono andati tutti e, in questi ultimi anni, c’è stato un totale rinnovamento. Adesso la mummia sono io!!!!!!!!!! Però devo dire che con i giovani mi trovo benissimo ( ne sono arrivati parecchi di venticinque anni o poco più). In effetti guardarsi intorno e vedere tanta bella gioventù non è affatto male e questo aiuta a mantenere lo spirito vivace e vitale. I ragazzi sono cambiati in questi anni? Non direi. I bulli ci sono sempre stati, così come i timidi, i disinvolti, i secchioni, e quelli che, ogni anno, ci hanno portati ad un passo dall’esaurimento nervoso. Con nove classi è impensabile che anche quest’anno possa mancarmi il classico rompi…bip. Anzi, so già chi è. Infine: “Che cosa si prova a stare tanti anni nello stesso posto?”Beh, si prova un senso di appartenenza, di familiarità, di sicurezza…E’ un po’ come avere una seconda casa e una seconda famiglia, dove la segretaria-capo era la tua compagna di scuola delle elementari, la tua collega-amica era la tua compagna delle medie e qualche tua collega è pure stata una delle tue prime allieve. Anni e anni di conoscenza e condivisione.Ma non c’è mai nulla di scontato, di noioso, di ripetitivo.Tutto si rinnova, cresce con te, cambia e si evolve.Non si tratta di una scuola di nozioni, ma di una scuola di vita.QUI

Sep
3rd
Wed
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Antonio dixit

IL PICCOLO MAGO

Amo le magie,

fin da piccolo mi divertivo così,

giocavo a far sparire mele e bottiglie.

La mia natura mi ha portato con gli anni

ad invidiare tutti i maghi più maghi di me,

volevo pure io fare come Henri Lambert

che quel baffone francese spedì in Algeria

a distogliere gli arabi dalla jihad,

anche se nel mio caso sognavo di distoglierli

solo per spingerli a fare le mie di battaglie,

ma mi riuscivano sempre numeri scarsi,

qualche pagnotta, un paio di bottiglie,

non andavo mai oltre questi trucchetti,

trucchetti che poi sapevano fare un po’ tutti

dalle mie parti in quegli anni.

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Non che non sapessi fare niente d’altro,

parlavo bene, convincevo,

menavo pure dei bei sganassoni,

me la cavavo insomma,

ma restava per me il cruccio,

io volevo far volatilizzare uno del pubblico,

volevo segare una donna in due e rimetterla in ordine,

ma non ci riuscivo, o meglio, non ci tentavo neppure

temevo il fallimento, non lo avrei mai sopportato.

Eppure sapevo che il tempo mi avrebbe dato ragione,

insomma, ero entrato in una cerchia di maghi,

alcuni più grandi, alcuni più piccoli,

avevo partecipato ad una importante operazione

quando avevamo ipnotizzato L., l’avevamo reso immobile

eppure sembrava perfettamente in salute,

perché non potevo aspettarmi un grande evento?

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Poi un giorno la svolta,

a volte basta poco perché si ottenga quello che si desidera,

la mia prima grande magia fu spostare gente da una parte all’altra,

eravamo in una sala piena piena, lo ricordo bene,

e tutti si parlava parlava parlava,

io mi accaloravo sempre più,

avevo il dubbio che  pure T. fosse un altro grande mago mancato,

ma alla fine mi venne bene il trucco

smaterializzai e rimaterializzai tutte quelle persone,

T. rimase quasi da solo.

Fu un trionfo.

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Non avevo più paura,

potevo diventare il grande mago che volevo,

così iniziai finalmente a far sparire persone,

prima un paio, per breve tempo,

poi in grandi gruppi e a lungo,

li spedivo in altre dimensioni e non le facevo tornare,

ah, che bei tempi,

ed ho continuato così, sempre più felice,

con gli anni l’esperienza cresceva

riuscivo a far volatilizzare centinaia di persone in pochi giorni,

con il tempo diventarono milioni,

sparivano dentro casse, nelle loro case, in pubblico,

entravano in una auto e non uscivano più,

riuscivo perfino a spostare il corso del tempo a mio piacimento,

che grande mago.


1_lgEcco il piccolo mago durante un numero di magia, l’assistente è Nikolai Yezhov

2_lg

QUI

Aug
7th
Thu
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Matteo dixit

A questo punto ho perso il conto.
Dopo le idee chiarissime sulle strisce blu romane (gargamella vs puffi parte quarta), i deficit di gestione politica son diventati un po’ troppo numerosi per esser considerati casuali. Una volta alla base del potere c’era una visione politica (giusta o sbagliata, ma amen), ora invece c’è l’assalto alla diligenza. Si prende il potere, poi lo si amministra a casaccio, l’importante è acquisirlo.
Ma così è veramente inammissibile. Che poi, probabilmente, non c’è neppure il dolo, semplicemente nessuno dei capoccioni al comando ha mai donato il sangue, ergo non si è neppure mai posto il problema.
Il problema che ci si dovrebbe porre invece è chi controlla i controllori, visto che non siamo al mare ma fanno acqua un po’ qui e un po’ qua.

Ah, chiamate la polizia (anche se non basterà):

Oplà

Attualità

QUI

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Martino dixit

Lo Sporgente  15 luglio 2008 Si possono percorrere un’infinità di chilometri in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi né imparare nulla sulla gente appena sfiorata.Il senso del viaggio sta nel fermarsi e ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare.Tra Ascea e Pisciotta, sulla ex Strada Statale 447 che costeggia il mar Tirreno troviamo sospeso sulla marina a duecento metri sul mare lo… Sporgente, ristorante “appeso” sul costone in via lo Sporgente (sic!).Abbiamo pranzato sulla piccola terrazza con vista superlativa a ristoro degli occhi, col rischio di andare in overdose da panorami da 100/100.   In sala Beniamino ottimo anfitrione, in cucina la Signora Imma ottima e basta dalla fantasia culinaria illimitata.“Siamo qui da otto anni. Non è stato facile ma piano piano siamo riusciti a farci voler bene dalla gente. In cucina solo prodotti freschissimi e, a seconda delle stagioni, anche i prodotti dei boschi qui attorno trovano il loro giusto posto tra i piatti che proponiamo”.Ci si innamora subito qui delle persone, come del mare o dei boschi.E della cucina.Cominciamo con antipasto a base di salumi e sottoli cilentani, da mangiare con gli occhi prima che di bocca.Continuiamo con la “terrina di Imma” deliziosi gamberi gratinati in forno, cimetta di rosmarino nascosta e granella di mandorle degna al palato degli dei.Persino l’olfatto, rallegrato dall’aroma soffice della pianta officinale, diventa famelico e reclama l’attenzione dei passati ma mai sopiti tempi in cui esso godeva di una stima ormai dimenticata nei fast food (ma che brutte parole!), perso (ahimè) tra fritti e salse globalizzate. Il primo, ossignúr il primo piatto sono le linguine fresche ai frutti di mare (o il contrario) gioia degli occhi per i colori: l’arancio delle cozze e quello più intenso dei fasolari, il rosa pallido delle vongole, il verde vivo del prezzemolo fresco ed il rosso dei pomodorini, gioia del palato per il sapore ben amalgamato, equilibrato e sapido. Gustate in silenzio nel soffio del vento che porta gli odori del bosco di là della strada.Scarpetta finale con gimkana tra prezzemolo e pomodorini.Ottima la Falanghina del Sannio al bicchiere, un bianco da leccarsi i baffi, cosa assolutamente da farsi! (crescersi i baffi…)Anguria rossa come il più rosso dei libretti rossi di dzedonghiana memoria e “u cafè” forte come l’odio, nero come la notte, dolce come l’amore, sempre ottimo qui in Cilento.Una giornata memorabile, cominciata col nervoso di non riuscire a trovare un… attributo sessuale secondario maschile, nonostante cartine stradali e turistiche ottime ma mal supportate da decenti segnalazioni dei luoghi e direzioni da prendere e finita sulla sabbia dorata di Ascea Marina in pace con gli dei e con gli uomini (e pure le donne).Con la promessa di ritornare.  QUI

Jul
31st
Thu
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Marcello dixit

Lo stupore della notte. Per andare in bicicletta, bisogna essere in due: tu e la bicicletta. E fin qui ci siamo. Anche per schiacciarsi un dito, bisogna essere in due: tu e il martello. Certo, se si ama solo se stessi, basta una sola persona [ma ci si diverte solo a metà].

QUI

Ancora due parole sul mare. Incontrare il mare significa anche concedersi la piacevole fatica del nuotare. Per un paio di anni mi sono tenuto a debita distanza dal mare, era un po’ come se avessimo litigato, non ci parlavamo. In realtà il problema ero io - meglio: ero io che mi sentivo inadeguato. Lo so che può sembrare una sciocchezza e in parte, forse, lo è. Sta di fatto che tra me e il mare l’appuntamento era solo rimandato. Nel frattempo ho fatto i compiti a casa: non è stato facile, ma alla fine, tolto il superfluo, è venuta fuori l’anima magra. E così, un anno fa, dopo tanto tempo, mi sono concesso di nuovo il costume, la spiaggia, l’abbronzatura che scotta la pelle. E una nuotata, che ricordo bene, liberatoria, faticosissima, da lasciarmi senza fiato, le braccia che facevano un po’ male - la fatica direi di chi non è esercitato, che nuota un po’ come gli viene, ma che in fin dei conti è salutare. C’è chi diceva che per imparare a nuotare bisogna buttarsi in acqua, ma è anche vero che sarebbe un peccato, una volta che si è in acqua, non saper nuotare. È una di quelle cose che, ce n’è tante, si impara facendola.
 QUI

Jul
25th
Fri
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Mauro dixit

“Nessun luogo è lontano”… racconta un altro romanzo di Richard Bach…
i luoghi del cuore , in definitiva, non sono necessariamente quelli più lontani… c’è chi li trova dietro l’angolo di casa, chi nella propria cameretta, nel proprio studio, nel campo in cima alla collina… sono i posti in cui uno ci lascia un pezzettino di se, del proprio cuore (o della propria pancia…).
Il Portogallo? si, un bel viaggio, mi sono divertito, sono stato bene… ma in definitiva in qualunque posto, con la compagnia giusta, sarebbe stata una bella vacanza… c’erano loro, i miei amici, e questo bastava.
Viaggio spesso per lavoro, ho girato mezzo mondo… non solo come turista è vero, la maggior parte per lavoro, toccata e fuga, senza nemmeno aver visitato un monumento… luoghi belli e meno belli, poveri, distrutti da una guerra appena finita, e luoghi pieni di palazzi da mille e una notte… ognuno di quei posti mi ha lasciato qualcosa, un piccolo ricordo, anche in negativo certo, ma qualcosa di loro c’è ancora…
Viaggiare è importante, è vero, apre la visuale, conosci persone di culture diverse, sapori sconosciuti, posti visti solo in cartolina o alla televisione…
Viaggiare con la mente, o con il cuore, è decisamente più importante. Con la fantasia si raggiungono altezze impossibili, si scalano montagne, si scende al centro della terra… una mente aperta è anche una mente piena di fantasia… una mente piena di fantasia ne fa un sacco di viaggi…


Si, è bello viaggiare con gli amici…
Si, è bello viaggiare…
E’ ancora più bello avere amici…

Ciao
Semedimela (Mauro)

QUI

Jul
23rd
Wed
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Sciac dixit

sciac moon

La notte

Passerà questa notte infinita 

lungo i margini dell’aurora

camminando  con  passi felpati

 sulla ruggine dei miei ricordi.

Passerà questa notte agognata

 sfilacciando le ombre  in riflessi di luce

lusingando con carezze di sogni

un cammino di sguardi in salita

Passerà questa notte  sospesa

scivolando su onde   ruggenti

su reti impigliate ai confini del vento

  stravolte dal flusso incessante di vita

 Mi arrendo docilmente

alla musica delle tue parole

Poesia di Perla

QUI

Jul
20th
Sun
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Max dixit

Una dei racconti più belli che io abbia mai letto!!!

**********************************************

Lo vedo dimesso, vestito con abiti vecchi e consumati, e un cappotto sdrucito che termina sopra le ginocchia. Ma possiede un paio di occhiali da sole all’ultima moda, con lenti polarizzate, perché difendersi dalla luce è vitale, per lui. E da quando li indossa non posso fare a meno di riderne, guardandolo, così scalcagnato, ma con al posto degli occhi il nero riflesso di Mission impossible. Un ossimoro vivente.L’ho seguito per ogni strada che ha imboccato, e sono rimasto alle sue spalle, sempre, nelle vie che ha percorso con passo lento, misurato o insicuro, guardandolo incuriosito dalla sua predilezione al camminare di notte, la notte, nella notte.Lui preferisce scivolare rasente ai muri, le spalle cascanti e lo sguardo fisso a terra, non ha occhi per luci e colori, e quasi sempre tiene i pugni chiusi.Per molto tempo ho provato a parlargli, a volte mi ha ascoltato, ma adesso non mi presta più attenzione. Le mie parole gli scorrono addosso come acqua sul collo di un’anatra, senza bagnarlo.Gli ho chiesto spesso di aprire le sue mani, per mostrare al mondo le stelle che tiene strette nel pugno. Ce ne sono di piccole e di grandi, e di diversi, ma splendidi colori.In passato ha seguito il mio consiglio, mostrando i palmi delle mani alle persone che gli indicavo, nella speranza che riuscissero a vedere. Erano giorni che si potrebbero definire felici, pieni di speranza. Quando lui apriva le mani, si spalancavano immense le grida di meraviglia e tenerezza, e commozione. Tutte quelle stelle, così luminose anche di giorno, incastonate sul palmo della mano, una cosa mai vista.C’era chi dichiarava immediatamente il proprio amore per l’uomo che portava con sé quei fantastici puntini di luce; chi rimaneva affascinato non riuscendo a spiccicare una sola parola; chi si proteggeva gli occhi abbacinati da tanto splendore; chi distoglieva lo sguardo versando una lacrima. Capitava che una piccola folla si spintonasse per conquistare un punto di vista migliore. Lui restava muto, con i palmi delle mani proiettati verso l’esterno, incapace di credere a tanta attenzione. Io lo guardavo sorridendo, e gli ponevo una mano sulla spalla, incitandolo e incoraggiandolo a mostrare sempre di più. Lo esortavo a stendere per bene le mani, per mostrare anche le stelle più piccole, quelle nascoste sotto le rughe e le pieghe, e quelle disposte lungo il contorno delle dita. Lui si guardava intorno, con un incerto sorriso sulle labbra, ma io sentivo che il suo cuore si colmava di gioia. Iniziò a mostrare le sue mani sempre più spesso, ed i riflessi delle stelle rischiaravano volti e producevano gioia. Sembrava che per strada la luce raddoppiasse.Oggi mi rendo conto di aver commesso un errore, perché io guardavo lui e non le persone che aveva attorno. Qualcuno iniziò ad avvicinarsi con più coraggio, chiedendo di sfiorare con le dita le stelle più splendenti, chiedendo di poter guardare più da vicino.Lui alzava lo sguardo dubbioso verso di me, ed io con l’ingenuità che caratterizza la speranza, annuivo contento. E allora iniziarono a toccare. Alcuni con mano leggera, timorosi di offuscare la luce o di vedere qualche stella staccarsi e cadere a terra. Ma altri gli afferrarono le mani con maggior decisione, tirandole a forza verso di sé. Pretendevano di contare le stelle. Volevano sapere quante fossero, e come potessero brillare tanto. Lui non avrebbe voluto concedersi a questo. Ma io gli chiesi di avere fiducia, di lasciar fare. Pensavo che avrebbero capito che le stelle erano sue, e che volessero soltanto ammirarle.Ma ci fu chi gli chiese di staccarne alcune, per guardarle alla luce del sole. E lui, dopo avermi guardato a lungo, acconsentì. E qualcuno fuggì con le stelle più belle, in uno scatto repentino che ci colse entrambi di sorpresa. Un dolore nel cuore e una ferita nelle sue mani. Ma erano così tante, quelle stelle, non sembrava una cosa preoccupante. Altri parevano pacati, prendevano una stella e si allontanavano solo di poco come se veramente cercassero un angolo tranquillo dove poterla ammirare con calma. Ma bastava distogliere un attimo lo sguardo e sparivano, per non tornare.Qualcuno chiese una stella con voce gentile, promettendo che ne avrebbe fatto un anello, un orecchino, un gioiello che avrebbe sempre portato con sé. Con voce suadente affermavano che era solo un prestito, che le reciproche strade non si sarebbero mai separate, che lui avrebbe potuto ammirare ogni giorno la stella donata, e che avrebbe potuto averla indietro in qualsiasi momento.Però le stelle cedute passavano di mano, se ne perdevano le tracce; venivano vendute, barattate.Io guardavo con angoscia le sue mani farsi di giorno in giorno sempre più vuote e riempirsi di ferite; poi alzando gli occhi incontravo il suo sguardo di accusa.Lo vedevo sempre più restio a mostrare le mani, nelle quali ormai si potevano contare più cicatrici che stelle.E un giorno lo vidi acquistare gli occhiali da sole, poggiando sul banco di un negozio la stella più bella, la sua preferita. La stella che ancora nessuno aveva mai potuto sfiorare.Uscì nella luce piena del sole, ed io pensai che volesse proteggersi gli occhi da quel bagliore, ma in realtà lui indossa quegli stessi occhiali anche durante la notte, persino mentre cammina per strade malamente illuminate.E allora mi sono convinto che intende evitare di far vedere quanto i suoi occhi siano sinceri. Ha paura di incrociare altri sguardi, per scoprirvi dentro la bramosia verso le poche stelle che gli sono rimaste nelle mani.Da tempo indossa gli stessi abiti, lasciandoseli consumare addosso, io credo per nascondersi. Forse pensa che così conciato nessuno possa sospettare di lui, e delle sue stelle.La sua aspirazione maggiore è oggi, temo, quella di passare inosservato.Ora sta camminando, ed io lo seguo a pochi passi di distanza. Non oso avvicinarmi troppo ma non mi sento di abbandonarlo.Lui si protegge con i suoi occhiali da sole, e così, da sopra le sue spalle, io guardo il mondo per lui.Osservo ogni persona che incrocia il suo cammino, con la segreta speranza di incontrane una da mostrargli senza paura. Qualcuno che abbia negli occhi le stesse stelle che lui porta chiuse nel pugno.QUI

Jul
18th
Fri
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Lazy dixit


bLoomerang

The Mistral of Evermore


Cercavo le parole adatte a dare forma all’impalpabile struttura sottesa nel grido del silenzio di una foto un po’ sbiadita, ed ho trovato il muto grido sospeso nel maestrale.
Ti guardo dicendomi che l’unica giustizia per dare al tuo dolore degna sepoltura batte strade che non ho ancora calpestato e che forse perderò prima ancora di trovare.
Ridare a te ciò che ti è sempre appartenuto richiede una tensione che spezzerà i miei tendini, e svicolo sul nervo ottico che recita i suoi salmi svolazzando nella falsa nebbia della foto un po’ sbiadita, dove il sole fuori campo brucia i tuoi capelli a malapena trattenuti dalla forza scolpita nel tuo volto, che nasconde la bellezza come dono troppo fragile e prezioso - ma, come a leggere le lettere di Keats si apprende, magari, una rissa è spettacolo tanto sgradevole quanto belle sono in esso le energie che si scatenano, ed una nube passeggera o duratura, aggiungo, prima ancora di sfaldarsi ai raggi che ne segnano il destino, custodisce nel delirio frastagliato dell’effimero la gioia del vento che ti sfiora come mai i miei occhi toccheranno gli angoli che schiudono la tua sezione aurea.
Cercavo le parole - e forse un giorno è te che nel silenzio troverò.

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Monica dixit

il tramonto di un concetto, non vuol dire essenzialmente la sua morte, vuol dire
per me che si è giunti all’apice della sua trasformazione. Non sono brava e non
lo sono nemmeno mai stata.. a fingere distanze, è molto più facile per me
appropriarmi di spazi, invadere contesti, sfiorare il pensiero gettando lo
sguardo di un essere e poi..ancora per poco, un passo dopo l’altro cercarne le
essenze.
Imparare a convivere con una diversità di qualsiasi natura essa sia è un
qualcosa che premia l’animo è un qualcosa che ti fa capire quanto sia umana la
vita, nella sua profonda interezza, nella sua semplice e contorta verità..
Illudo me stessa quando immagino di passare inosservata, quando immagino di non
lasciare traccia. Ogni palpito che accogli in te ne trascina con se mille altri
e in quella polvere portata dal vento lasciamo un poco di noi, lasciamo quella
poesia del nostro pensare.
..ho paura di molte cose, comincio sempre più a rendermene conto. Eppure in
quella paura estrema c’è il coraggio di un esserci a quell’appello, di un
provarci, di un dire: a modo mio ci sono e non mi volto indietro, perchè sai
benissimo che non servirebbe..
..lo sai benissimo.

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Jul
9th
Wed
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Gino dixit

Ad un’amica calabrese, ed al pescatore di perle che saprà trovarla

Rotto l’assedio dei ricordi

soffocata la nostalgia del nulla

finalmente respiro

lentamente

io respiro.

 

 

 

Se una retta sola passa per due punti

quanti orizzonti passeranno ancora per i miei occhi?

 

 

Non lascerò la mia vita sospesa

nell’odore di muffa

di una grigia sala d’attesa.

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Jul
8th
Tue
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Franti dixit

sia il boss che patti smith stavano registrando più o meno nel medesimo periodo un proprio disco negli stessi studi, i celebri record plant di nyc, quelli inaugurati con “electric ladyland” di jimi hendrix, per capirsi (lo preciso perché col tempo diventeranno più famosi i record plant di los angeles).
ora, c’è da sottolineare che entrambi venivano da un brutto periodo: springsteen dalle beghe legali che dopo “born to run” l’avevano fatto fermare a lungo e patti dalla notoria caduta dove si ruppe il collo cadendo dal palco a tampa (non sono sicurissimo) in florida (sono sicurissimo perché a suo tempo pensai: “che cazzo vai a fare a suonare nella flo-ri-dah del cazzo!”) mentre ballava alla derviscia sulle note di “ain’t it strange”.
secondo me “darkness on the edge of town” (l’album che bs stava registrando che è anche quello, tra i suoi, che preferisco) è così cupo rispetto alla consueta produzione del boss proprio in seguito agli spiacevoli eventi che l’avevano costretto a restare fermo, mentre la smith tornava a nuova vita dopo un anno di “collarino” e esercizi riabilitativi e aveva voglia di più “leggerezza” (“easter”, l’album che stava incidendo è il suo più “easy” della prima produzione che va fino a “wave”, non foss’altro perché fu prodotto da quel volpone di jimmy iovine).
fatto sta…
springsteen aveva un mucchio di nuove canzoni tra cui scegliere, causa anche il fermo di cui sopra, e molte vennero perciò accantonate. da quelle session ci han pescato in tanti (la “fire” di robert gordon, per dirne una, e altre che mo su due piedi onestamente non ricordo) e lo stesso bruce ne utilizzò una manata o quasi per il successivo “the river” (tra cui “the ties that bind” che forse non a caso apre il disco), il quale infatti uscì come doppio vinile.
e arriviamo a “because the night”: come spesso succede durante le session negli studi (1), e in più suonavano in sale attigue, i due fecero amicizia e si scambiarono impressioni sui reciproci lavori e a patti piacque quella canzone, che springsteen aveva già inciso ma che aveva escluso perché poco o punto in linea con il mood del disco che stava incidendo. patti nel farla sua cambiò il testo spostando l’ottica, ovviamente, da un punto di vista femminile. facile che sia stato iovine a renderla meno ispida dell’originale, sta di fatto che “easter” fu l’album più facile ma anche (o proprio per questo) quello che fece scoppiare il fenomeno patti smith group e diede grande fama (e dinero) a lei. la doppia firma, manco a dirlo, fece sì che “because…” uscì come primo singolo di “easter” e se se ne accorse perfino uno come enrico “fuorisincrono” ghezzi, vuol dire che aveva il suo bel “tiro”, no?
springsteen non ha mai inciso il pezzo su un album ufficiale se si eccettua il box “live 1975-85”; nelle esecuzioni dal vivo, comunque, the boss ha mantenuto il suo testo originario.
di cover (cioè un pezzo originale rieseguito da qualcun altro, per chi non fosse addentro), proprio per la sua universalità (leggi: non dà fastidio a orecchie meno scartavetrate) ne esistono a mucchi; voglio dire, l’han rifatta perfino kim wilde (!) con la royal philarmonic orchestra e i 10.000 maniacs… la migliore, per me, resta quella di beki bondage del gruppo punk vice squad, la peggiore senz’altro quella di nina moric (sì, proprio l’ex di fabrizio corona, che quando la presentò per la prima - e unica? - volta “”dal vivo”” in non so quale cesso di discoteca, ebbe pure il coraggio di “”cantarla”” in playback!)

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Francesco dixit

Un processo di emancipazione dei sessi (non di uno solo!) credo che debba andare verso un duplice lavoro di individuazione delle identità e di esaltazione delle differenze di genere.L’individuazione della propria identità di genere significa acquisire consapevolezza delle proprie caratteristiche psicologiche legate al proprio sesso e alla propria sessualità. E qui confesso apertamente di trovarmi in grave difficoltà! So di essere maschio ma non so in che cosa lo sono. L’attrazione verso l’altro sesso è troppo poco e generica per individuare l’identità del proprio genere. La mascolinità e femminilità in realtà si rivelano continuamente nella quotidianità e non soltanto nell’alcova, lo noto nelle animate e divertite discussioni con le mie colleghe su fatti riguardanti i rapporti umani. Il tema di ieri era: quali tecniche usa un uomo per “lasciare” una donna, e quali usa la donna per dare “il ben servito” a un uomo; i diversi modi, ad di là della maggiore o minore educazione individuale, derivano da una diversità psicologica che probabilmente risiede nella struttura originaria di ognuno. Capire le caratteristiche di questa “struttura originaria” non è lavoro da fare nel lettino dell’analista ma pratica quotidiana di auto-consapevolezza che porta a quella che con termine antico si chiama saggezza.La consapevolezza della identità porta automaticamente a quell’esaltazione delle differenze di cui parlavo all’inizio che tuttavia non deve generare contrapposizione fra sessi ma attrazione, amore, rispetto reciproco.Concludo citando quell’immagine di Platone secondo cui in origine l’uomo e la donna erano un unico essere ermafrodito, poi tagliato in due per intervento divino. Al di là del mito credo che ognuno di noi, nel rapporto con l’altro sesso, debba sempre agire aspirando ad una complementarità dei sessi che per quanto ideale (platonica!) è fonte di grande benessere interiore.QUI