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Jul
8th
Tue
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Mara dixit

Certo che se dovessi scrivere una relazione forse starei un po’ lì a pensare al significato della parola e ne troverei parecchi.
E mentre scrivo parecchi, penserei ad apparecchi ed a un piatto vuoto che quando è vuoto lo sparecchi.
Perdo subito il nesso e dalla relazione degli apparecchi passo, dopo passo, arrivo agli apparecchi volanti che pur non sono i piatti lanciati sulla tavola ma solo aerei in volo.
Ma quale volo posso io pensare se anche gli uccelli a quest’ora vanno a dormire e la testolina mettono sotto l’ala e la zampina ritraggono nelle piumine del pancino?
Ma quale zampina, alla zampa pensavo, quella del tavolo apparecchiato che parecchie parole mi faceva pensare ma che dalla relazione doveva partire.
Partire, come morire, chi lo diceva? Lo so bene ma non mi va di ricordare le balere.
E perché non nascere, allora? Quando si parte si lascia e si ricomincia e quindi si rivive una storia oppure solo un momento, non importa.

E poi mi fermo a pensare
a quello che mi accingo a fare
e indietro ritorno e non mi giro,
e come un gambero cammino
perché il passato sia coperto,
- sempre-
dalla polvere del tempo
e il futuro avanti,
infine avanzi.


Ma quali avanzi? Forse quelli del tavolo che ha la zampa dell’uccello e che apparecchio mentre volo e che mi lascia un piatto vuoto? Certo che è vuoto ma come faccio io a capire se quello è un vuoto lucidato dal brillantante o dalla mollica che, ingorda, lo ha ben raschiato, per rendere onore all’intingolo sugato che tante ore aveva bollito?
Bollito e ribollito come una zuppa antica che onorava il pane raffermo e tutto quello che rimaneva, al momento dello sparecchio, perché nulla si buttava e tutto si riciclava.

E la carne avanzata
in polpette si trasformava
e la crosta di pane ammollata
sano impasto creava
.

E le bocche sfamava dei bambini festosi delle mense affollate della povera gente.
E solo poche bucce nella mondezza, di frutta contadina che di buono sapeva e la pesca dalla fragola il sapore distingueva.
E non mi veniva la rima ai tempi in cui gli apparecchi e sparecchi segnavano il tempo dei giorni, e le notti. Ed il filo restava, di una vecchia sottana, a congiungere i tempi, e imbastiva ballate dalla storia cantate e dal sogno inventate.
Ma quale relazione posso io trovare tra le ballate suonate e la relazione iniziale che lo stipendio richiedeva di approntare?
Relazione non c’è, almeno così appare, ed il gioco iniziato qui potrebbe finire.
Ed invece va avanti, col consenso degli altri, a dirimere inganni.
E io fermo la rima, che da sola è cretina, se orfanella rimane, della scuola latina. Latina? Vicino a San Felice?

Sarà stato quel pesce
nell’acquario affogato
che per niente turbato
il mio polso ha azzannato.


Maledetta la rima! Qui mi appare scemina, eppure..

Relazione se voglio io posso fare
e di quel pesce mi posso innamorare

perché ha capito che di me si può fidare
e mai in alcun modo io gli farò del male.


E so bene che i puntini son disordinati e le virgole molto mal piazzate.
Ma di quello volevo parlare, mi crediate o non mi crediate.
Solo un punto, lo so, a tal punto rimane.

Sono le rette che lo sanno creare
e in un punto lontano

la prospettiva fanno vedere.

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Jul
7th
Mon
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Lazy dixit

Ri(n)tocchi


Il nastro va a ritroso.
Decompongo la scultura catatonica sentendo nelle fibre l’assoluta perfezione dei tuoi gesti. La lucida sentenza con cui inchiodi ad ogni cartolina un po’ gualcita granelli di polvere contati. Uno ad uno. Si staccano in un turbine leggero, ed è pesante, lento, inesorabile lo scheletro che accoglie le parole che distilli nella notte.
Il totem destinato a triturare i sogni, rendendoli poltiglia e poi matassa incandescente nella gola, per toglierti il respiro, travalica il concetto di bruttezza - ma non è la sua necessità autoreferenziale che me lo rende insopportabile.
Il nastro avanza piano.
Dove ho intravisto l’ombra svelata dalla danza dei rottami, adesso vedo il gesto chirurgico che impone alla materia la lama del tuo sguardo.
E non riesco a proferire verbo alcuno - per metterti di fronte alla bellezza che racchiudi.

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Lemurakkia dixit

Io (con voce bambinesca irritante e asmatica) Amore, amore, lo sai chi è Peppe Zospe?

Lui (con sguardo perplesso) No… chi sarebbe?

Io (sempre con voce bambinesca, con una nota di palese delusione) Il virus dopo la vacirella…

Lui (con un luccichio sospetto negli occhi e un sorriso accennato) Ah, la  varicella, sì…

Io (sempre con voce bambinesca, stavolta entusiasta perché il riferimento è  stato colto correttamente) Sì, sì, la vacirella! Tu come lo chiami Peppe Zospe?

Lui (ci pensa su e il sorriso si allarga) … Pepp’ lu pruriginùs’!

 

 

******

 

Per chi fosse poco pratico di dialetto lucano,

la traduzione corretta è “Peppe (o Giuseppe) il pruriginoso”

Per chi fosse poco pratico di medicina, invece, “Peppe Zospe”

è da intendersi come Herpes Zoster, noto virus che

ti coglie a tradimento, magari vent’anni dopo la varicella

(causata dal virus Varicella Zoster), quando uno spera di

essersela dimenticata,e invece il bastardo è rimasto lì nei gangli,

pronto ad un nuovo assalto con l’appellativo, appunto, di

Herpes Zoster (o  che dir si voglia Peppe Zospe),

 causa del fastidiosissimo Fuoco di Sant’Antonio.

Sì, lo so, siamo due scemi. E sì, siamo iscritti entrambi alla facoltà di  Medicina. Ma non preoccupatevi: quante probabilità ci sono che, non sia mai ne  abbiate bisogno, finiate esattamente tra le nostre mani?

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Akhet dixit

Quando bellezza e fortuna, o l’apparenza della bellezza e l’apparenza della fortuna, vengono così inspiegabilmente stroncate, si rimane come inebediti. Sconcertati. Pur se non si conosce chi ha lasciato la sua giovane vita.
La morte della top model Ruslana Korshunova, appena ventenne, non lo nego, mi ha fortemente colpita.
Fortuna e bellezza. Fortuna (se può essere fortuna) quella di lavorare in un campo così apparentemente interessante, fare un lavoro ben remunerato, volare da una parte all’altra del mondo, avere lo stesso mondo che si percorre almeno in apparenza (ed è questo il punto) ai propri piedi. Bellezza da vendere. La bellezza che hanno i vent’anni, splendidi vent’anni, a metà tra quella di un’adolescente e quella di un’adulta. Sulla bellezza, visibilissima, non si discute.
Sulla fortuna qualcosa ci sarebbe da dire. E’ davvero fortuna, poter lavorare in un campo, quello delle top model, che molto spesso spezza ali e sogni?
Il fatto è che viviamo in un mondo di apparenze. L’importante è ciò che si vede, senza pensare che l’importante è invisibile agli occhi (vero, Gemisto?). Ben lo sapeva il Piccolo Principe, nel quale si trova questo pensiero illuminante.
Ma siamo diventati materialisti. Non abbiamo tempo e pazienza di andare “oltre”. Oltre la facciata preconfezionata. Pensiamo che una persona stia bene solo perchè sorride; che sia fortunata solo perchè frequenta “certi” ambienti, perchè è ben pagata e gira il mondo; ci facciamo turlupinare dalla perfezione esteriore senza degnare di uno sguardo la bellezza interiore…
Non tutti, non tutte ce la fanno a sopportare tutto questo.
Pare proprio che Ruslana Korshunova si sia suicidata. Sia volata giù da quel balcone, il balcone di casa sua. Non c’erano effrazioni, alla porta del suo appartamento, nè segni di lotta. Tutto era in ordine.
“Era felicissima”, dice un’amica. Una che l’ha sentita al telefono. Ma quanto siamo capaci di mentire, quando vogliamo? Per pudore, perchè non amiamo essere compatiti, perchè la gente non capirebbe il nostro dolore, quindi tanto vale non dirglielo, non farglielo intendere.
La giovane modella aveva un blog in cui scriveva poesie e pensieri. Bellissimi. Era un’anima sensibile e sola. Forse soffriva per la mancanza di una dimensione che quel mondo, pur bello e scintillante, non aveva saputo offrirle.
Ed i surrogati non bastano. Aprono solo baratri più grandi.
E, spesso, sebbene si abbiano solo vent’anni, non si vede più un senso nella vita. Nè una possibilità di riscatto.

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Jul
6th
Sun
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thRaven dixit

caro diario, anche oggi la mia dentista mi ha rilasciato una fattura che riporta esattamente l’importo di quanto ho speso! vedi, caro diario, questa dovrebbe essere la regola, invece mi trovo qui a scrivertelo come un fatto eccezionale. ecco, il nostro paese dovrebbe cominciare a essere meno eccezionale e più normale; dovrebbe imparare a fare la fila, non buttare la carta per terra, fare la raccolta differenziata e pagare le tasse. il resto verrebbe da sé. ah, un piccolo inciso, caro diario: la mia dentista è di sinistra, mentre il mio ex dentista, che era di destra, le fatture se le aggiustava come gli pareva. magari è un caso. ma magari no…


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da “repubblica”, rubrica “bonsai” di sebastiano messina:
“il comunista
c’è stato un tempo - i ventenni di oggi non ci crederanno - in cui un onorevole comunista e una deputata missina si amarono, sì, ma in segreto, perché ciascuno dei due avrebbe rischiato l’espulsione dal proprio partito. oggi, per fortuna, le cose sono cambiate. eppure il leader dell’udc, pier ferdinando casini, sorridendo confessa a un settimanale: ‘ahimé, mia figlia ama un comunista. che ci posso fare?’.
ora, siccome il giovanotto è sveglio e legge i giornali, oggi saprà che casini si è dichiarato, sulla legge elettorale, più vicino a rifondazione che ad an. dunque il suo potenziale suocero ha scoperto una simpatia per i comunisti a 52 anni. lui invece ce l’ha oggi: a 17 anni. è il primo in ritardo, o il secondo in anticipo? nel dubbio, vince il ragazzo. perché aveva ragione nenni: ‘chi a vent’anni non è per la rivoluzione, a quaranta sarà un confidente della polizia’”.

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Jul
5th
Sat
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Melchisedec dixit

VICENDA D’ACQUE  

                                               

La mia vita era come una cascata

inarcata nel vuoto;

la mia vita era tutta incoronata

di schiumate e di spruzzi.

Gridava la follia d’inabissarsi

in profondità cieca;

rombava la tortura di donarsi,

in veemente canto,

in offerta ruggente,

al vorace mistero del silenzio.

Ed ora la mia vita è come un lago

scavato nella roccia;

l’urlo della caduta è solo un vago

mormorio, dal profondo.

Oh, lascia ch’io m’allarghi in blandi cerchi

di glauca dolcezza:

lascia ch’io mi riposi dei soverchi

balzi e ch’io taccia, infine:

poi che una culla e un’eco

ho trovate nel vuoto e nel silenzio.

(Antonia Pozzi, Milano, 28 novembre 1929)

Ha dell’incredibile, ma nei momenti più impensabili ha senso recitare una poesia piuttosto che una preghiera?

La poesia ha la medesima forza di un canto levato al divino.

In una notte d’ottobre di qualche anno fa, mi misi dietro i vetri a sgranare mentalmente L’Infinito; fu l’unico sedativo per attutire il dolore e affrettare la luna nel suo vagabondare notturno.

Poi giunse l’alba, che mi fu compagna del ritorno.

Ritorno nel luogo da cui mai ero partito.

Ci sono luoghi impercorribili, pur nell’illusione dell’andare.

(Il fonte, nella foto, si trova presso il teatro greco di Siracusa)

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Jul
4th
Fri
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Bardaneri dixit

Batore lo sapeva, lo sapeva e ne era certo. Quel raccolto non lo avrebbe visto nè, tantomeno, ne avrebbe sentito il profumo. Perché non era il profumo che voleva. Si,certo, era il profumo del risultato del lavoro delle sue braccia, ma aveva lavorato in una terra non sua, una terra lontana (forse vicina) alla “sua” Terra. Solo per oggi avrebbe accudito alla terra, il vento caldo annunciava l’estate alle porte, poi, una volta rincasato, avrebbe messo tutto in una borsa per partire verso il posto del “profumo”. Al collo aveva da sempre un laccio di cuoio con un ciondolo “portafortuna” appeso, unu iscrapulàriu, una faccia in terracotta, che racconta di quel popolo. Lo tocca e lo sfrega fra il pollice e l’indice della mano destra, per farlo scomparire subito dentro la maglietta.
Invano, per tutta la vita, aveva cercato quel “profumo” particolare, su nuscu de domo mea!, il profumo di “casa” mia!, che prima il nonno poi, una volta scomparso lui, suo padre glielo avevano descritto quasi che il profumo potesse essere oggettivizzato, anzi divinizzato. Il profumo del raccolto della Loro Isola, del raccolto di quegli orti coltivati. Un profumo che mai aveva sentito ma che aveva impresso nella memoria, nel dna.
La storia raccontata dai suoi, anzi sussurrata a mezza voce quando era ancora bambino, mai più raccontata e imparata a memoria, per non uscirne più. Inserrada in conca, chiusa nella testa. Mai più ripetuta per evitare orecchie indiscrete di chi poteva riferire a chi voleva cancellarne ogni traccia. La storia raccontata in riva al mare e indicata con dei segni nella sabbia, cancellati subito dopo; segni elementari di uomini-capovolti, pugnali-doppi, cerchi-concentrici, copricapi-taurini e altri segni alfanumerici senza vocali.
La storia del suo popolo scritta nella sabbia e tramandata di padre in figlio, la storia di un popolo vinto, ma non per sempre. La storia di un popolo scacciato dalle sue case, occupate dagli invasori-occupanti, senza alcun titolo se non quello dettato dalle armi. Oggi pronto per ritornare in quei luoghi. Dove esattamente non si sa, almeno gli “altri” non lo sanno benché l’abbiano ri-cercata per saccheggiarla ancora. Lui si, lui sa, come tanti altri che tornano.
Oggi ha quella certezza, la certezza di sentire il profumo…portato dal vento…

(…)
nessuno sa se c’è davvero od è un pensiero,
se, a volte, il vento ne ha il profumo
è come il fumo che non prendi mai!
(…)
(L’isola non trovata - F. Guccini)

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Manlio dixit

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IL VIAGGIO

Il viaggio non è quando si parte..

Il viaggio non è quando si arriva…

Il viaggio è quando si viaggia!!

Il viaggio è ora, adesso.. 

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Blue dixit


Siamo lì.
Scritti in quell’appunto sottolineato in blu.
Note brevi. A margine del tempo.

[Blue]


immagine “pelvis with blue” di Georgia O’Keeffe

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Furio dixit

Se leggo e rileggo il libro di Alessandro Assiri, se vado a rivedere la mostra di Sam Francis, se passo il sabato a parlare con alcuni galleristi, tutto questo si trasforma in stimoli.
Azione-Reazione.
Devo stare molto attento a mantenere chiaro nella mente questo concetto di base : tutto quello che esprimo è la reazione del mio mondo a quello che ne viene in contatto, quello che sgocciola sulla carta è la mia espressione, un’interpretazione, un rimasticare, mai una comprensione.
Devo studiare, documentarmi ed approfondire, devo lavorare per conoscere punti di vista e, soprattutto, non farli miei, cadendo nell’errore di soprapporre la mia interpretazione alle azioni degli altri.
Le loro sono azioni, le mie reazioni, poi diventano umili azioni, ma terze, nuove, diverse espressioni, altre cose.
Lavoro come un matto per questi acrilici su carta indiana, che è irregolare, piena di rughe in rilievo, sfilacciata ai bordi.
Devo muovermi velocemente e una sola goccia fuori posto, un movimento sbagliato del pennello, vorrebbe dire buttare via tutto.
Lavoro in ginocchio oppure in piedi, girando intorno al foglio che sta sul pavimento. E’ faticosissimo, anche se tutto finisce in una, massimo due ore. Mi piego e mi alzo continuamente, per aggiungere acqua nei barattoli, oppure per intingere il pennello.
C’è tensione, fatica, sudore, sento il dipingere, sono dentro la carta.
Finalmente

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Dodo dixit

Qualcosa abita in noi, negli strati più profondi della coscienza. Fuori dal nostro controllo gestisce le nostre emozioni, là dove non possiamo raggiungerle, là dove niente viene dimenticato.

Un oggetto. Un insieme di cuoio, tessuto e metallo assemblato in forma di valigetta. Nessun particolare valore intrinseco anche se è un oggetto di ottima fattura. Ma, aggrappati alla sua stoffa, alle sue fibbie, ai suoi scomparti, vivono ricordi e sentimenti che sembravano dimenticati, incrostazioni di pensieri apparentemente morti e sepolti.

L’avevo riposta sperando di rinchiudere nell’armadio, insieme a lei, anche i ricordi dei brutti momenti che si portava dietro, in uno di quei sussulti durante i quali si decide improvvisamente di voltare pagina e per rafforzare la volontà la si maschera con un cambiamento reale, sia esso un nuovo oggetto acquistato, un taglio di capelli, un nuovo capo d’abbigliamento. L’avevo dimenticata per anni fino a quando, avendo bisogno di una valigetta capiente, non ho riaperto quello scomparto.

Una increspatura sulla superficie tranquilla dell’anima si è trasformata in un vortice che ti trascina nel passato e i ricordi induriti riprendono la loro freschezza e ritornano ad essere materia viva e pulsante, dolorosa.

Niente si dimentica, niente dorme come sembra. Niente riposa.

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Jul
3rd
Thu
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Marcello dixit

Questo Blog è copiato pari pari da quello di Marcello ( ma non c’è bisogno che lo sappia, eheheh!) quindi parto proprio con Lui :))

Differenza. “Vedere non è una azione ma uno stato”. Wittgenstein [Osservazioni sulla filosofia della psicologia, § 1] ha perfettamente ragione. “Vedere” non è un’azione, esattamente come non lo è “sentire”. Azioni sono, casomai, guardare e ascoltare. C’è una bella differenza: guardare richiede un intervento della volontà. “Ma mi ascolti?” diciamo a chi non ci presta l’attenzione che pensiamo di meritare. E se lo diciamo, non è perché crediamo che sia diventato improvvisamente sordo. Macchè. Anche il prestare ascolto, sia in senso letterale che metaforico, richiede che tu lo voglia. Se no, no.

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Perla dixit

Ecco il mio Tumbletumble.

Mi dovevo mettere  al passo con i tempi, no? :) Mica tutti devono sapere che ci ho un’età  solo perchè  non sapevo fare il tumbleblog!

Buon viaggio a chi ci sarà

Perla