8th
Mara dixit
Certo che se dovessi scrivere una relazione forse starei un po’ lì a pensare al significato della parola e ne troverei parecchi.
E mentre scrivo parecchi, penserei ad apparecchi ed a un piatto vuoto che quando è vuoto lo sparecchi.
Perdo subito il nesso e dalla relazione degli apparecchi passo, dopo passo, arrivo agli apparecchi volanti che pur non sono i piatti lanciati sulla tavola ma solo aerei in volo.
Ma quale volo posso io pensare se anche gli uccelli a quest’ora vanno a dormire e la testolina mettono sotto l’ala e la zampina ritraggono nelle piumine del pancino?
Ma quale zampina, alla zampa pensavo, quella del tavolo apparecchiato che parecchie parole mi faceva pensare ma che dalla relazione doveva partire.
Partire, come morire, chi lo diceva? Lo so bene ma non mi va di ricordare le balere.
E perché non nascere, allora? Quando si parte si lascia e si ricomincia e quindi si rivive una storia oppure solo un momento, non importa.
E poi mi fermo a pensare
a quello che mi accingo a fare
e indietro ritorno e non mi giro,
e come un gambero cammino
perché il passato sia coperto,
- sempre-
dalla polvere del tempo
e il futuro avanti,
infine avanzi.
Ma quali avanzi? Forse quelli del tavolo che ha la zampa dell’uccello e che apparecchio mentre volo e che mi lascia un piatto vuoto? Certo che è vuoto ma come faccio io a capire se quello è un vuoto lucidato dal brillantante o dalla mollica che, ingorda, lo ha ben raschiato, per rendere onore all’intingolo sugato che tante ore aveva bollito?
Bollito e ribollito come una zuppa antica che onorava il pane raffermo e tutto quello che rimaneva, al momento dello sparecchio, perché nulla si buttava e tutto si riciclava.
E la carne avanzata
in polpette si trasformava
e la crosta di pane ammollata
sano impasto creava.
E le bocche sfamava dei bambini festosi delle mense affollate della povera gente.
E solo poche bucce nella mondezza, di frutta contadina che di buono sapeva e la pesca dalla fragola il sapore distingueva.
E non mi veniva la rima ai tempi in cui gli apparecchi e sparecchi segnavano il tempo dei giorni, e le notti. Ed il filo restava, di una vecchia sottana, a congiungere i tempi, e imbastiva ballate dalla storia cantate e dal sogno inventate.
Ma quale relazione posso io trovare tra le ballate suonate e la relazione iniziale che lo stipendio richiedeva di approntare?
Relazione non c’è, almeno così appare, ed il gioco iniziato qui potrebbe finire.
Ed invece va avanti, col consenso degli altri, a dirimere inganni.
E io fermo la rima, che da sola è cretina, se orfanella rimane, della scuola latina. Latina? Vicino a San Felice?
Sarà stato quel pesce
nell’acquario affogato
che per niente turbato
il mio polso ha azzannato.
Maledetta la rima! Qui mi appare scemina, eppure..
Relazione se voglio io posso fare
e di quel pesce mi posso innamorare
perché ha capito che di me si può fidare
e mai in alcun modo io gli farò del male.
E so bene che i puntini son disordinati e le virgole molto mal piazzate.
Ma di quello volevo parlare, mi crediate o non mi crediate.
Solo un punto, lo so, a tal punto rimane.
Sono le rette che lo sanno creare
e in un punto lontano
la prospettiva fanno vedere.
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